Questo post deve molto all’amico Paolo Piacenza e a una chiacchierata a pranzo e alla pazienza di Marina Petrillo e Cristopher Cepernich che hanno acceso un po’ di luce su alcuni passaggi.

C’è un parallelismo che appare emergere e che si sviluppa oggi nel mondo del giornalismo così come avviene nel panorama musicale.

Esistono le major, che possono anche prendere i talenti e buttarli in cima alle top chart di mezzo mondo con un sistema di scouting orientato alla conservazione o al marketing, su una base di produzione e organizzazione industriale.

Esiste un mondo indie, pieno di vita e invenzioni, che invece affronta la rincorsa da un punto obliquo, che ha fatto fortuna (a suo modo) ma che, soprattutto, non ha vissuto (e non sta vivendo) una vita da reduce. Il loro approccio è quello di abitatore di uno spazio altro, di uno stile e di una comunità precisa.

Attenzione. Non si tratta dell’aspirazione a raggiungere una minoranza, un risultato di minima per evitare il sovraffollamento, non è un “meno siamo e meglio stiamo”. Anzi, si tratta comunque di una tensione al pubblico più ampio possibile, tenendo conto, però, del punto di partenza, del percorso e dei mezzi a disposizione.

Pianeti e galassia. Non universo.

La dicotomia tra di due ambienti non esiste, anzi, è proprio un mainstream sano a permettere la vitalità dell’indie, il secondo non vive senza il primo.

Siamo di fronte a pianeti di una galassia. E forse una specie di evoluzione potrebbe ribadire un approccio gravitazionale tra mondi e non quella visione isolazionista che vuole il proprio mondo onnicomprensivo dell’universo.

Se anche l’approccio di questo ragionamento non è certo dei più originali, il suggerimento che mi arriva, peraltro, è che loro, inteso come abitatori dell’universo indie, siano già più avanti.
Hanno già anche dato per superate quei cambi di paradigmi e regole che noi chiamiamo ancora mancanze.

Non funziona la vendita? Bene, si tornerà ai live. Gli eventi non sono più un mezzo di marketing, ma una parte del lavoro e del contenuto. Serve diffondere il nome? Ottimo, si usano le piattaforme che già esistono senza pensare al volume (quello sarà direttamente proporzionale all’entusiasmo tra palco e parterre – o tra palco e realtà), ma solo come un tassello della distribuzione.

Non un mondo in scala dove si aspetta il futuro.

Soprattutto, si tratta di capire che in questo mondo le regole sono diverse da quell’altro. Non si tratta di proiettare un modello e renderlo in scala: fare, cioè, le stesse cose con meno persone, meno soldi e meno ricavi. Si tratta proprio di fare qualcosa di diverso, in modo diverso con persone diverse.

E la cosa (finale) che più rende tutto questo inquietante è che, secondo me, tutto il ragionamento appare tremendamente scontato per una generazione che non considera i tempi che stiamo vivendo il post di qualcosa, ma direttamente un tempo contemporaneo che sta scorrendo sotto i piedi. E in tutto questo, la parte più interessante è il futuro.

Una risposta su “Siamo dei folk singer”

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